Contenuto principale

 

   Oggi è il 7 Dicembre 2016. Esattamente  75 anni fa l'Impero Nipponico, guidato dal suo Primo Ministro Hideki Tōjō (東條 英機) metteva in atto la sciagurata 'OPERAZIONE Z' meglio conosciuta come Attacco di Pearl Harbor e dava inizio alla fine "ingloriosa" del secolare Impero del Sol Levante. L'allora Presidente americano F.D. Roosevelt definì quel giorno "Day of infamy (giorno dell'infamia)", e purtroppo diede seguito alle minacce contenute nella DICHIARAZIONE DI GUERRA il giorno 6 agosto 1945 quando un Bombardiere americano B29 Superfortress conosciuto come l'Enola Gay sganciava su Hiroshima la prima Bomba Atomica della storia, colpendo non casualmente quella stessa città che ospitava l'Ammiraglio Isoroku Yamamoto responsabile dell'attacco alle Hawaii  mentre era a bordo della Corazzata NagatoEsattamente 87 anni fa, in questo stesso giorno nasceva mio padre. Riflettevo proprio su questa coincidenza, e su altre cose nei giorni passati,  quando mi è venuta l'idea di scrivere questo Post. Certamente papá nel giorno del suo 12° compleanno non avrebbe potuto mai immaginare di avere, in futuro, una nuora giapponese (Mana Tsuda) ed un nipote (Alessandro Amitrani) che avrebbe studiato all'Università di Tokyo. Entrambi (nuora e nipote) misteriosamente legati a quel Giappone che lui NON poteva non ricordare ad ogni festa di compleanno. La vita è strana e a volte ci fa percorrere strade inaspettate. Ma durante tutta la mia vita il giorno 7 dicembre ha sempre rappresentato, per me, queste due realtà apparentemente distanti e contrastanti. La nascita di mio padre e al tempo stesso la morte di 3405 persone avvenuta nel giro di una manciata di minuti. Un avvenimento tragico paragonabile solamente all'attentato delle Torri Gemelle per gli americani, anche se nel secondo caso sono morte "solamente" (si fa per dire) 2974 persone. Eros e Tanatos (vita e morte) viaggiano sempre a braccetto, diceva Sigmund Freud, e sembra proprio che sia così. Oggi questo "cerchio" si chiude e a 75 anni di distanza da quel "maledetto giorno" le due nazioni che tanto si odiavano durante la Seconda Guerra Mondiale sono paesi alleati che hanno finalmente superato quelle che il Presidente Americano Barack Obama ha definito 'Cicatrici della Storia' nel suo storico viaggio ad Hiroshima di circa 6 mesi fa. Parole toccanti quelle di Obama, che riporto qui sotto : 

 

 "... Perché veniamo qui? Per toccare con mano quanto una terribile forza ha devastato questo territorio. Per rendere omaggio alle persone che sono morte qui. Siamo qui in questa città nel punto in cui esplose la bomba, per ricordare tutti gli innocenti, vittime di quella guerra, e di quelle che verranno. Le loro anime ci parlano e ci ricordano cosa potremmo diventare. Dobbiamo ricordarci la storia che è fatta anche di tantissime cicatrici che sono simbolo di estremismi e imperi che sono caduti. Purtroppo sono tante le persone sacrificate nel tempo ..." 

 

Nei prossimi giorni anche il Primo ministro giapponese Shinzō Abe (安倍 晋三) si recherà in visita, per la prima volta dal 1941, a Pearl Harbor per ricambiare la visita di Obama e per dimostrare che le cicatrici, gli estremismi e gli imperi del passato oggi non sono più un ostacolo al dialogo ma solo un monito che non deve essere dimenticato. Avrei potuto postare sul Blog questo articolo tra 4 giorni e cioè l'11 Dicembre, che è il giorno della morte di papà, ma alla fine ho scelto il 7, che è la data della sua nascita. Preferisco ricordarmelo così perchè LUI ERA MIO PADRE.  

   Confesso, non ho resistito, il titolo del post che state leggendo altro non è se non la citazione, "alla lettera", del titolo di un noto film di Sam Mendes di qualche anno fa. È stato anche l'ultimo film di Paul Newman. Alla fine ho deciso di intitolarlo così perchè sono certo che a mio padre sarebbe piaciuto molto, naturalmente "Mutatis mutandis", visto il tema particolare del film stesso. Tra le tante cose che lui mi ha lasciato, ai primi posti, campeggia l'amore per il cinema. Il Monologo Finale di "Era mio Padre" riassume bene la filosofia di questo mio quinto post del Blog. Vi avverto subito che sarà un post MOLTO DIVERSO dagli altri, perché riguarda non solo me ma qualcuno che, a fasi alterne, mi è stato accanto nei miei primi 58 anni di vita. È difficile se non impossibile in poche righe inquadrare raccontare e sviscerare la vita di una persona. Ma fortunatamente non è lo scopo di questo post. Lo scopo di questo post è ricordare, a distanza di un anno dalla sua scomparsa, chi non solo mi ha dato materialmente la vita ma mi ha aiutato a percorrerla sin dai miei primi passi. Anche farlo conoscere a chi non lo conosceva è certamente uno degli scopi di questo post. Spero di riuscirci anche per non deluderlo, sempre se lá dove si trova ora hanno una buona connessione internet e si dilettano nella lettura dei blog ;-) Uno dei tanti meridionali al Nord, era mio padre, pugliese di nascita ma abruzzese di adozione, negli anni 50/60 in quella Milano terra di speranza e di riscatto, quando mise "in cantiere" prima me e poi mio fratello Sergio. Malgrado lavorasse la notte, e dormisse di giorno, (quando noi eravamo piccoli) non ha mai passato, credo, un giorno senza leggere o vedere un film o scrivere una poesia. Una vita densa fatta di casa, famiglia e "cultura". Tutto quello che sapevo da ragazzo, nel campo del Cinema, della Letteratura, della Storia, del Gioco degli Scacchi, del Cinese, della Fotografia, dell'Aviazione e di mille altre cose nasceva dalla sua infinita curiosità per tutto ciò che era scritto o poteva essere letto su un "pezzo di carta" (come lo chiamava lui). Ricordo un giorno, stava per piovere, e aspettavamo un autobus ad una fermata della ATM (Azienda Trasporti di Milano), vicino al marciapiede vide passare, portato dal vento, un pezzetto di giornale e lo bloccò con la punta dell'ombrello. Dopo averlo letto rapidamente si rivolse a me, un ragazzino con i pantaloncini corti, che meravigliato lo guardavo senza capire, dicendo che ogni testo scritto è sprecato se non viene letto! La magia e l'importanza della scrittura e della lettura dei testi, qualsiasi testo, di chiunque, mi è rimasta impressa nella mente da quel giorno fino ad oggi. Lo so, molti giovani di oggi non possono capire o apprezzare a sufficienza cosa significhi leggere un libro "di carta" ... magari appena stampato ... che profuma ancora di tipografia. Ma io sì grazie a lui, perchè "lui era mio padre". La mia prima scacchiera è stata fatta con pezzi di cartone disegnati con una matita "rosso-blu", quella che usavano i maestri per correggere i compiti. "Avrai una scacchiera con i pezzi intagliati in bosso solo quando la avrai meritata", mi disse, e per meritarla mi misi a studiare il famoso testo "Manuale teorico-pratico delle aperture" di Giorgio Porreca, la Bibbia degli scacchisti a quell'epoca. Al Liceo, nel tempo libero, andavo alla Societá Scacchistica Milanese, dove ho giocato centinaia di partite, la più memorabile con un aspirante maestro Yugoslavo una incredibile partita a scacchi in simultanea e alla cieca. Ora quella scacchiera e quegli scacchi di bosso sono da qualche parte a Milano, ma quell'insegnamento è ancora dentro di me. Come spesso mi ripeteva : "Le cose nella vita bisogna guadagnarsele o non le si apprezzano". La sua biblioteca zeppa di libri, a casa, e tutti i libri affastellati in cantina (per mancanza di spazio) erano per me, giovane studente, a dir poco una cosa maestosa. Testi di tutti i tipi ma soprattutto Romanzi di Fantascienza, la sua passione da sempre. Isaac Asimov, Philip Dick, Robert Heinlein, e chi più ne ha più ne metta. La prima volta che ho letto il libro "L'Onniologo" di mio figlio Michele Amitrani, ho fatto un balzo di quasi mezzo metro da terra, nel personaggio principale Wei Wang, ho rivisto mio padre proprio come lo immaginavo da piccolo, assetato di cultura e di conoscenza, mai sazio, mai pago di letture che potevano riempire ore e anche giorni. Ogni sfida andava accettata e vinta, per lui, e nulla era impossibile o irraggiungibile tanto che dopo i 40 anni si iscrisse alla Facoltá di Lingue Orientali dell'Universitá Statale di Milano per studiare Cinese e Russo. Una follia, secondo molti, un indicatore del suo carattere, secondo me. Credo che l'amore per la lettura e la scrittura e per lo studio delle lingue e delle culture orientali abbia lasciato tracce, oltre che in me, anche nei suoi nipoti. La poesia, poi, era il suo primo amore. Ha scritto poesie da quando io ho memoria di lui, fino a poche settimane prima della malattia. L'ultima è la poesia che sono stato incaricato di leggere il giorno del suo funerale, dall'altare, "last but not least"(ultima ma non meno importante). Una uscita di scena in perfetto stile NINO (il suo soprannome). Non è stato un padre sempre facile e non sono andato sempre d'accordo con lui. Ma la lontananza non ha mai spento quel "feeling" che c'era tra di noi e non veniva, quasi mai, espresso a parole. Si sentiva e basta. Il suo motto era "Carpe Diem", lo aveva persino scritto nella carta intestata, che utilizzava per le belle copie delle poesie, tutte rigorosamente scritte a mano. Un giorno troverò il tempo, al termine del mio percorso lavorativo, e riunirò quegli scritti e li pubblicherò in modo che non vadano perduti. Le parole, soprattutto quelle scritte, non devono andare perdute. Sono un tesoro per i posteri, "tutto il resto passa, ma le parole restano". Era quello che mi diceva quando guardando un testo scritto, vedevo illuminarsi i suoi occhi con una luce speciale. Avrei voluto riportare qui, su questo Blog oggi, SOLO le parole scritte da Michele, un anno fa nei riconoscimenti finali del suo libro Pelargonium, il seguito dell'Onniologo, il secondo di una saga di quattro libri che sta finendo di scrivere. Un tributo semplice e diretto il suo, ma soprattutto vero e sentito. Vi consiglio di leggere questa breve citazione con molta attenzione, Michele scrive certamente meglio di me.  Lascio a lui la parola : 

 

“11 DICEMBRE 2015. Stavo finendo di scrivere la pagina Ringraziamenti di Pelargonium quando la mia famiglia mi ha chiamato per dirmi che mio nonno, Antonio, era morto. Era ormai da alcune settimane che era stato ospedalizzato e tutti noi ci eravamo preparati al peggio. Eppure, nonostante ciò, quando mio padre mi ha dato la notizia è stato come se qualcuno mi avesse colpito allo stomaco con un pugno. Non importa quanto credi di poter gestire una notizia del genere, niente può davvero prepararti alla morte di un pezzo della tua vita. Finita la chiamata sono tornato a sedermi davanti al computer, e ho cominciato a pensare a mio nonno, e all’influenza innegabile che ha avuto su di me e sui miei libri di fantascienza. La verità è che questo libro, e l’intera serie dell’Onniologo, non sarebbero mai esistiti senza Antonio Amitrani. È stato lui, infatti, a stimolare buona parte di quell’amore per la fantascienza che ha forgiato la mia personalità, lui a costruire un modello dell’Enterprise fatto di sassi, plastica e cartone quando ero solo un bambino, lui a regalarmi il manuale tecnico della stessa nave quando ero adolescente e lui a farmi capire che la fantascienza è il carburante dell’ingegnosità, una finestra sul futuro che mostra infinite possibilità per il genere umano, ed infiniti modi per realizzarle. Ho sempre pensato che noi esseri umani siamo la somma delle esperienze che abbiamo fatto, delle persone che abbiamo incontrato e di come questi individui hanno influenzato le nostre vite. Mio nonno è stato uno di questi ‘caratterizzatori’, qualcuno che ha contribuito a forgiarmi, dandomi una direzione da intraprendere, una passione da coltivare, un obiettivo da raggiungere. Con le sue poesie e i suoi racconti mi ha insegnato che scrivere è il modo con cui un raccontastorie dialoga con sé stesso, crea mondi che altri abiteranno con la loro mente e allo stesso tempo mi ha fatto capire che scrivere rappresenta l’eredità imperitura che ci lasciamo dietro. Senza questa scintilla che ognuno possiede, nascosta da qualche parte dentro di sé, senza un motivo che ci spinge a definire chi siamo, a sperimentare, a fallire, ad avere speranze e delusioni e a raccontare tutto questo con una storia, non siamo altro che una semplice collezione di ossa e di organi che occupano uno spazio. Niente di più, niente di meno. È proprio per questo motivo, cari lettori, che alla fine di questa considerazione ho selezionato quello che stavo scrivendo e l’ho cestinato, sostituendolo con le parole che state leggendo ora, un ringraziamento ad una persona che è stata al tempo stesso un amico ed un mentore. Certo, il mio personale tributo ad Antonio (o Nino, come tutti noi eravamo soliti chiamarlo) racconta solo una parte della storia che sta dietro alla creazione di Pelargonium ... (tratto da 'PELARGONIUM' di Michele Amitrani) "

  

   Torniamo a noi e al nostro post sul Blog. Alla fine mi sono cimentato anche io e ho tentato di scrivere qualcosa. Ho raccolto anche alcune Foto di NINO in una Gallery (ripescate in un cassetto o scattate da me nel corso degli anni) ... insomma non ho voluto tirarmi indietro, perché sentivo di doverglielo, a papà, in qualche modo. E l'unico modo per onorarlo davvero era utilizzare e lasciare per iscritto delle "parole su di lui".

   Le PAROLE, l'unica cosa che alla fine resta di noi, insieme al BENE e al MALE che facciamo su questa terra

 

 

A quelli che mi chiedono chi fosse Nino ...

io dico soltanto : "Era mio padre".

 

 

Alberto